7. J.K. Rowling è davvero da condannare?

Per la prima volta su questo blog voglio fare un tentativo: dire la mia personalissima opinione su una questione calda, esplosa già qualche settimana fa ma non ancora risolta. Mi riferisco alle accuse di transfobia nei confronti di J.K. Rowling, una delle donne più ricche del mondo: è lei la penna che ha dato vita, tra le altre cose, alla saga di Harry Potter. E cosa c’entra l’opinione personale -direte voi- su un tema così importante e universale come i diritti umani su cui dovremmo tutti concordare? Parliamone, appunto, perché ho l’impressione che in molti siano saliti sul carrozzone dell’insulto facile e della cancel culture senza ascoltare attentamente le tesi sostenute dalle due parti.

Pur non definendomi un potterhead, da bambino ho letto tutti e sette i volumi della saga fantasy più celebre del mondo, e ho visto anche i film che ne sono stati tratti. Nei confronti dell’autrice non ho mai avuto un’opinione particolare: la stimo per la creatività e il successo dell’impero che si è costruita, so che è attiva anche per numerose cause sociali, che spesso si esprime su Twitter su temi di attualità e politica e che altrettanto spesso viene criticata di bigottismo. Ma quando ho visto che nelle ultime settimane è stata letteralmente condannata per le sue posizioni nei confronti della transessualità e in particolare sul concetto di sesso, ho voluto andare più a fondo per farmi un’idea e capire quanto meritasse questi insulti.

Ma partiamo dall’inizio: nel dicembre 2019 la ricercatrice britannica Maya Forstater ha perso il lavoro per aver dichiarato che “il sesso biologico è un dato oggettivo e che le donne transessuali non sono vere donne”. La Rowling su Twitter ha espresso il suo sostegno alla Forstater, schierandosi sulla sua linea di pensiero e ricevendo accuse di transfobia dai fan e dai media. E’ stata etichettata come TERF, ossia Trans-Exclusionary Radical Feminist, una femminista radicale che si batte solo per i diritti delle donne biologiche e non di quelle transessuali, finendo così per discriminarle.

Parentesi necessaria: stiamo parlando della categoria T della sigla LGBT, termine ombrello che indica Lesbiche, Gay, Bisessuali e Trans, appunto. Questa sigla negli anni è stata allungata per comprendere anche quelle realtà che non si sentono rappresentate da queste quattro lettere, come Queer, Intersessuali e Asessuali; per questo spesso la si trova scritta come LGBTQIA+ o in alcuni casi come LGBTQIAPK, dove le ultime due lettere significano Pansessuali e Kink. Già il segno + vi fa capire che questa sigla è tutt’altro che chiusa, è anzi aperta a nuove aggiunte – diventando anche impronunciabile, motivo per cui viene spesso abbreviata di qualche lettera. Per Transgender si intende fondamentalmente una persona la cui identità di genere non coincide con il sesso di nascita, poiché non ci si identifica. Ad esempio una persona nata biologicamente donna, con organi sessuali e ormoni femminili, può sentirsi a disagio con questo genere, e sentirsi invece appartenente al genere opposto maschile. Può a questo punto decidere di intraprendere un percorso di transizione completo che prevede sedute psicologiche, somministrazione di ormoni maschili e interventi chirurgici con l’obiettivo di ottenere caratteri sessuali e aspetto maschile. Ma può anche non farlo. Oppure la nostra persona nata donna può non sentirsi né femmina né maschio, può non identificarsi con nessun genere o con entrambi, o con un genere compreso tra il femminile e il maschile, immaginando il genere non come due opzioni, ma piuttosto come una scala graduata o fluida.

E qui, a mio avviso, arrivano i tasti dolenti, specialmente quando il sentire personale di una persona in merito alla propria identità di genere collide con lo schema binario delle società odierne. Nella maggior parte del mondo bagni, spogliatoi, carceri e via dicendo sono divisi in maschili e femminili. Le persone trans dove possono entrare, dalla parte del sesso di nascita o da quella del genere col quale si identificano? E se si identificano con un genere che non è né l’uno né l’altro? Sono domande alle quali, approssimativamente, alcuni risponderebbero secondo l’opinione comune o il sistema di credenze a cui siamo abituati: ciò che ai nostri occhi appare A è A, ciò che appare B è B. Altri risponderebbero mettendo in primo piano la percezione personale di identità di genere della persona, potrebbero affermare che è necessario un terzo bagno o un bagno unisex. E questi due gruppi di persone non sono da un lato la gente comune e dall’altro le persone LGBT, perché anche all’interno di questa comunità ci sono visioni e opinioni diverse, com’é normale che sia. A mio parere la questione è molto delicata, e si rischia di sbagliare dicendo qualsiasi cosa, perché ogni affermazione potrebbe escludere un caso particolare o un gruppo di persone. Le classificazioni non sono definite, nascono sessualità nuove ogni anno ed è difficile far conciliare la sacrosanta libertà di sentirsi come si vuole e amare come si vuole con lo schema A / B della società.

Ma torniamo alla Rowling, che dopo l’episodio di dicembre è tornata sull’argomento proprio di recente, in occasione di una nuova proposta di legge in Scozia che faciliterebbe il riconoscimento legale dell’identità di genere per le persone trans. La scrittrice si dichiara preoccupata del fatto che chiunque si dichiari femmina possa aver accesso a luoghi femminili come spogliatoi, bagni e centri antiviolenza, indipendentemente dal sesso di nascita o dall’aspetto. Per essere chiari: una persona nata uomo e con tratti maschili potrebbe affermare di sentirsi femmina ed essere inserita in un rifugio tra donne vittime di violenza. Questa persona potrebbe ricordare alle vittime i loro predatori, o diventare predatore a sua volta; potrebbe cambiarsi e spogliarsi assieme ad altre donne in uno spogliatoio femminile. In ambito sportivo, potrebbe gareggiare in una categoria femminile pur avendo aspetto, ormoni, costituzione e muscolatura maschile. O ancora finire in un carcere femminile senza aver mai preso ormoni femminili, in mezzo a detenute donne.

La Rowling ha affermato che il sesso di nascita delle persone trans non deve essere trascurato o eliminato: una donna trans non è una donna, ma una donna trans perché non si può negare che sia nata uomo. Non ha detto che l’identità di genere non esiste, non ha detto che le donne trans sono uomini, non ha detto che le persone trans siano da discriminare o da privare dei diritti, ha semplicemente spiegato il suo punto di vista, che data la fama e i 14,5 milioni di follower su Twitter ha certamente un peso e un’influenza non da poco. Ha espresso la sua preoccupazione sui centri antiviolenza dichiarandosi lei stessa vittima di violenza nel suo primo matrimonio; com’era prevedibile è stata sommersa da montagne di cunt e bitch per aver dato voce a quello che secondo me è un pensiero comunemente condiviso, e che si fa fatica ad ammettere perchè il terreno è minato e spesso conviene calunniare la voce fuori dal coro senza rendersi troppo conto di quale tesi si sta sostenendo.

E’ una questione poco sentita, purtroppo, in Italia. E non perché qui le persone trans non esistano, esistono eccome, ma non hanno visibilità. Oltre a un travagliato percorso di accettazione personale affrontano un vero e proprio calvario in ambito medico, giudiziario e nella vita di tutti i giorni. E l’italiano medio, se sull’omosessualità e bisessualità ha iniziato ad aprirsi e accettare, sulla transessualità rimane fermo ai luoghi comuni o semplicemente non si esprime, e le persone trans diventano invisibili. Da ragazzo gay che ha girato vari circoli, associazioni e locali LGBT del nord Italia, posso dire che la T di quella sigla è tuttora poco rappresentata, poco visibile e poco accettata; e se lo è nella nostra comunità, immaginatevi appunto al di fuori, tra la gente comune.

In paesi come il Regno Unito, il Canada e gli Stati Uniti l’argomento è molto dibattuto, sono in corso delle vere e proprio lotte tra gli attivisti e i governi che, per quanto si sforzino di comprendere e aprirsi, taglieranno sempre fuori qualcuno. La battaglia per i diritti è sempre attuale e giustificata, ma ho l’impressione che sia sempre più difficile accontentare tutti, proprio perché la sessualità e l’identità oggi sono diventati fluidi, non è possibile incasellare le persone in compartimenti stagni perché altrimenti le limiti e le discrimini. La Rowling è una femminista e il femminismo è un movimento che da decenni porta avanti i diritti delle donne, per un’equità dei generi. Tra le tante cause, ha reso possibile il voto, l’aborto, l’eliggibilità alle cariche e cerca di ridurre il gender gap degli stipendi. Da un po’ di anni si parla di femminismo intersezionale per intendere quel femminismo che accorpa anche battaglie sociali e razziali, difendendo anche le donne che appartengono ad altre categorie, come appunto le donne di colore, quelle musulmane o quelle trans. E improvvisamente i leoni da tastiera hanno deciso che se il femminismo non è intersezionale -e non abbraccia quindi tutte le lotte possibili e immaginabili- è sbagliato e discriminatorio.

Io non difendo la Rowling né accetto ad ogni costo i punti di vista degli attivisti online, mi limito a sollevare la questione e a mettere la palla al centro. Dovremmo tutti quanti informarci di più, oltre alle questioni che ci interessano in prima persona, perché i diritti umani sono diritti di tutti e sicuramente apparteniamo a una categoria più privilegiata di altre. Il mio è un invito ad ascoltare le posizioni degli altri e a definire la propria, evitando se possibile gli stereotipi, i paraocchi e gli insulti sui social.

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