V. Non siamo infallibili

Ho avuto l’idea di questo post più di sei mesi fa, e se mi conoscete, sapete che solitamente mi prendo i miei tempi per pubblicare, quindi questa notizia non dovrebbe sorprendervi più di tanto. Ma il fatto curioso è che quando l’ho abbozzato venivo da un periodo particolarmente carico a livello personale e familiare, quindi sapevo bene di cosa sarei andato a parlare. Invece oggi, alla luce della situazione in cui ci troviamo ormai da mesi, questo titolo acquista un senso più grande; non è più solo la mia condizione, ma anche la vostra, il significato si allarga e abbraccia temi più attuali.

Durante questa quarantena ho pensato a lungo a come mettere per iscritto le sensazioni che ho provato, ma non ho mai trovato il modo giusto, né la carica necessaria per partire a scrivere. Ho fatto fatica a trovare la voglia di fare anche le cose più semplici, come leggere un libro o sistemare una stanza, e non penso di essere stato l’unico in questa situazione. Ora sto riuscendo pian piano ad assumerne coscienza e a sbloccarla, e ho deciso che ve ne parlerò scrivendo di pancia, come ho sempre fatto.

Ma partiamo dall’idea originale di questo articolo: era l’estate scorsa e mi trovavo in una situazione piuttosto scomoda, tra caldo, esami, lontananza da casa e bisticci vari con la proprietaria di casa riguardo disdette e cauzioni – non vi voglio annoiare. In un periodo così stressante, di punto in bianco è venuta a mancare mia nonna, e l’ho saputo per messaggio da mia madre; inutile dirvi che il giorno dopo ero sul treno verso casa. La nonna era anziana e aveva già qualche acciacco, ma tutto sommato non si è mai lamentata, anzi. Ha sempre avuto un sorrisone grande e due occhi luminosi ogni volta che mi vedeva, è sempre stata allegra nonostante la vecchiaia e nonostante mio nonno, che non è certo un simpaticone. E’ stata la mia prima perdita importante in famiglia, e onestamente non sapevo bene come avrei reagito. Certo, le ho sempre voluto un gran bene ma non eravamo molto legati e ci vedevamo raramente. Così, più che protagonista di questo dolore, ne sono stato spettatore, vedendo coi miei occhi la sofferenza di mio nonno, di mia madre e degli altri parenti.

In particolare mia madre, che è sempre stata molto empatica ed emotiva, si è sentita crollare il mondo addosso: a gennaio dello stesso anno infatti, mio padre ha avuto un ictus, da cui si è ripreso bene. Dopo lo spavento iniziale, ci siamo un po’ rassicurati vedendolo migliorare a tempi record, mentre riacquisiva tutte le funzioni vitali, specialmente quelle cognitive. Gli unici “segni” rimasti di questo episodio sono stati dei cambiamenti nel suo umore e nel suo carattere: da quel giorno infatti è diventato molto più impaziente e irritabile. Quindi, dopo l’incidente di mio padre e la morte di mia nonna, potete immaginare lo stato d’animo di quella santa di mia madre. Quello che mi ha sempre colpito di lei è stata la sua capacità inossidabile di resistere a queste disgrazie; certo, non senza qualche crollo, ma è sempre stato passeggero. Ha portato avanti la famiglia con un’incredibile forza di volontà e autocontrollo, anche grazie alla fede a cui ha fatto affidamento nei periodi più bui. Posso senz’altro dire che mia madre il mio supereroe.

“Non siamo infallibili” quindi, questa frase mi piaceva molto e la trovavo significativa ripensando ai miei primi sei mesi del 2019, in cui qualche crepa ha iniziato a comparire nelle fondamenta della mia famiglia, apparentemente perfetta. Nella sventura, posso dire che sono stati momenti che ci hanno unito più che mai, ci hanno fatto superare piccoli screzi insignificanti a favore di priorità maggiori. In particolare io mi sono trovato per la prima volta davanti alla fallibilità dell’essere umano, specialmente di quelle figure importanti che mi hanno sempre guidato nella crescita. E tutt’a un tratto mi sono reso conto che non siamo altro che corpi in azione, siamo organi e tessuti, siamo fibre nervose, cellule e atomi. A volte ci feriamo, ci rompiamo, cadiamo e smettiamo di funzionare. Perché ne abbiamo diritto, perché siamo umani. Capita anche che perdiamo le istruzioni, e ci dimentichiamo come fare le cose più semplici.

In questa quarantena solitaria alcuni giorni mi alzavo e non mi andava di fare nulla, avevo perso interesse in qualsiasi cosa. E vivendo esclusivamente con me stesso e per me stesso, nessuno poteva dirmi nulla, a parte qualche contatto telefonico con parenti e amici. Due mesi in casa da solo possono fare danni, e quando ho avuto i primi segnali ho chiesto aiuto, prima alle persone più care, e poi a un professionista. La salute mentale è un tema spesso trascurato e dimenticato, “perché i veri problemi sono altri”; ma sono sicuro di non essere stato l’unico a sentirmi così: perso, svuotato, passivo di fronte allo scorrere delle giornate.

Siamo animali sociali, abituati ad uscire di casa, incontrare altri come noi e scambiare informazioni, non siamo fatti per essere chiusi in gabbia. E questa epidemia ha improvvisamente stravolto le nostre routine, il nostro modo di affrontare le giornate e di interagire tra di noi. E proprio perché non siamo infallibili è bastato un virus invisibile a mettere in ginocchio il mondo intero, riempiendo gli ospedali e facendo crollare le economie. Ora siamo costretti a “imparare” di nuovo la socialità, usando il buonsenso però, e non l’istinto animale. Dobbiamo decidere un’uscita di casa è strettamente necessaria, se abbiamo davvero bisogno di acquistare quella cosa, se gli amici li possiamo anche vedere un’altra volta -perché in fondo non è così vitale- se è meglio passeggiare da soli o in compagnia, con la mascherina o senza. Sono domande che ci facciamo tutti i giorni: scelgo il mio bisogno o il bene comune?

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