6. Ok boomer.

Sul mio blog un post è solitamente il risultato di un processo che attraversa vari step: mi viene l’idea, penso se ne verrebbe fuori un articolo che possa interessarvi e/o farmi stare meglio, creo una bozza che magari andrò ad aprire giorni o settimane dopo, inizio a scriverlo e lo rielaboro più volte prima di pubblicarlo. Questo post invece nasce diversamente: l’idea è il risultato di pensieri accumulati per mesi, la scintilla che mi ha dato l’idea del post sono state le parole scambiate con mia madre stamattina e bam!, eccomi qui a scriverlo di getto. Ho trovato anche un titolo di tendenza, quindi ora parte il mio sfogo contro i miei genitori in primis, e in secondo luogo contro tutta la loro generazione baby boomer.

Ma definiamo meglio questo termine: da it.wikipedia.org, per baby boomer si intende “una persona nata tra il 1945 e il 1964 in Nordamerica o in Europa, che ha contribuito a quello che fu un sensibile aumento demografico avvenuto negli Stati Uniti in quegli anni, conosciuto, per questo, come baby boom“. Insomma, sono quelle persone nate dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un periodo di forte crescita economica ed aumento della natalità. Ultimamente sui social network è nato tra gli utenti delle generazioni successive il modo di dire “ok boomer“, espressione saccente e ironica che ben rappresenta lo scontro generazionale e i problemi di incomunicabilità tra i “vecchi” e i “giovani”. E’ una frase che condensa nella sua brevità la presunta superiorità e la finta accondiscendenza, direi quasi arrendevole, delle nuove generazioni nei confronti delle vecchie. Faccio un esempio: nei commenti di Facebook, i boomer sono soliti giudicare i millennial (quelli nati tra i primi anni ’80 e la metà degli anni ’90) e la generazione Z (dalla fine degli anni ’90 alla fine dei duemila) come generazione degradata, che ha perso i vecchi valori, la disciplina, la semplicità delle cose, risucchiata com’è dalle tecnologie. Ed ecco che nascono varie affermazioni generaliste e spesso ignoranti sull’educazione e il lavoro (“i giovani di oggi studiano tanto ma non sanno fare nulla di pratico, io alla loro età…”), sulla politica (di solito assumendo posizioni conservatrici), sul concetto di famiglia, intaccato e distrutto dalle teorie gender e LGBT, sugli argomenti più disparati: la legalizzazione delle droghe leggere, la questione ambientale, la sanità, l’immigrazione e appunto le nuove tecnologie.

Ma torniamo a me: ho ricevuto un’educazione severa da parte dei miei genitori, e malgrado l’affetto che provo nei loro confronti, riconosco ancora oggi in alcuni dei miei comportamenti la loro impronta austera e, purtroppo, democristiana. Non fraintendetemi, mi hanno insegnato un sacco di valori positivi, il rispetto, l’umiltà, la riconoscenza, l’autosufficienza. So organizzare i miei spazi e i miei impegni, il mio tempo, le mie relazioni, i miei soldi. So che il duro lavoro poi ripaga, so che arrangiarsi costa più fatica ma è più soddisfacente, so che la famiglia viene al primo posto sempre e comunque. Cos’altro mi hanno insegnato? Che chiedere aiuto è da deboli, che uscire e tornare a casa tardi è da depravati, che un brutto voto a scuola è una sconfitta, che il riposo è nullafacenza. Che le droghe fanno male, che al nord c’è più voglia di lavorare che al sud, che gli extracomunitari vengono mantenuti a nostre spese per non fare nulla, che Salvini ha ragione su molti temi, che i gay facciano le loro cose a casa loro e stiano lontani dai bambini, che Chiara Ferragni dovrebbe trovarsi un lavoro serio. Devo continuare?

Ieri sera dopo cena bevevo il caffè coi miei genitori e al telegiornale hanno trasmesso un servizio che diceva che probabilmente tra un po’ di anni saremo in grado di interagire con tutti e cinque i sensi attraverso le tecnologie. Toccare qualcosa che non è lì al momento, sentire odori e profumi attraverso lo schermo di un computer, addirittura avere una sensazione gustativa senza bere o mangiare qualcosa. Servizio interessante, ma potete immaginare la reazione del boomer medio, e cito liberamente i miei genitori: “Robe da matti!”, “Dove andremo a finire”, ecc. Che le nuove tecnologie suscitino reazioni contrastanti non è niente di nuovo o inaspettato, lo diceva anche Umberto Eco nel 1964 col suo saggio Apocalittici e integrati, dove sosteneva che, di fronte a queste novità, i primi ci vedano la fine di un’era e dei valori giusti, mentre i secondi rispondano positivamente. Insomma i miei genitori, figli della loro generazione, sono scettici nei confronti delle avanguardie informatiche, dimenticando che senza la ricerca e le innovazioni in ambito scientifico probabilmente oggi ci muoveremmo ancora a cavallo, impiegheremmo giorni per recapitare un messaggio e avremmo le candele in casa la sera. Però secondo loro alcuni cambiamenti vanno bene e altri no, usano Internet tutti i giorni perché è comodo per trovare il numero di telefono di un negozio, la strada che non ci ricordiamo o per controllare se nella carbonara ci vanno solo i tuorli o anche gli albumi. Fare una videochiamata, comprare online, scambiare soldi, vedere un film persino sulla tazza del water. Eppure continuano ad essere diffidenti, ciechi di fronte ai miglioramenti palesi che le tecnologie hanno portato nella vita di tutti i giorni. Certo, ci sono pro e contro, abbiamo problemi di cervicali e alla vista per via degli schermi, si leggono sempre meno libri, il mercato dei CD è in evidente fallimento, dal Web sono nati il cyberbullismo, le truffe online, i problemi legati alla reputazione digitale. Quello che voglio dire è che il mondo non è tutto bianco o nero, non è vero che i boomer disfattisti hanno sempre torto e i millennial tecno-entusiasti hanno sempre ragione, probabilmente la giusta posizione è nel mezzo. Non precludersi le opportunità e le novità, ma nemmeno prendere tutto come oro colato; avere uno spirito critico, andare a fondo nelle cose, capire il perché, analizzare i diversi punti di vista e non limitarsi al proprio, informarsi prima di parlare. E infatti uno dei fenomeni che impietoso coinvolge tutte le generazioni, vecchie e giovani, è il diffondersi di fake news online, spesso sovrastate da titoli sconvolgenti che catturano l’attenzione di chi scrolla distrattamente la home di Facebook e non ha tempo o voglia di verificare la veridicità di quello che sta per condividere, o addirittura aprire l’articolo per leggerlo.

Andando oltre il discorso informatico, il conflitto si manifesta un po’ in tutti gli ambiti; come vi dicevo, i miei genitori sono sempre stati severi, mi hanno impartito una buona educazione, ma pur sempre severi. Sono cresciuto un po’ freddo nei rapporti interpersonali, un po’ rigido, focalizzato sul dovere, tendente a giudicare quello che non conosco. Studiare fuori casa però è stata un’opportunità che mi ha aperto la mente, ho conosciuto coetanei di tutti i tipi, ho imparato a cercare di capire prima di giudicare. Ho imparato che ogni tanto dormire qualche ora in più fa bene al corpo e all’umore, che se una sera sono stanco e decido di lavare i piatti il giorno dopo non crolla il mondo, che se non ho passato un esame non devo riconsiderare le mie scelte di vita e sentirmi un fallito, ma semplicemente riprovarci. Tutte cose che a molti potrebbero sembrare scontate, ma che per me non lo sono state. Ho dovuto litigare per anni con i miei genitori per cercare di far valere le mie idee, per far capire loro che siamo diversi, che non per forza la loro idea è quella giusta – certo, loro hanno l’esperienza – ma che ogni tanto vale la pena ascoltare e fare un passo indietro, da un lato come dall’altro, perché tutti possiamo imparare. Ora però sono arrivato a un punto in cui alcune cose le dico, e altre me le tengo per me. Forse sbaglio, ma penso che dire a due sessantenni che il mondo non va proprio come pensano loro sia uno sforzo che non mi sento di fare ogni giorno, né per me né per loro.

Per le feste natalizie ovviamente sono tornato a casa dei miei per un paio di settimane. Stamattina mia madre, che non ha mai capito che ormai ho un’età in cui mi so svegliare da solo, è entrata alle 7:45 in camera, dopo aver urlato contro il cane per una buona mezz’ora. Mi ha detto che è tardi, che mio padre è già al lavoro da un pezzo, che mio fratello, che in questi giorni non è in casa, sicuramente sarà già alzato, e che dovrei farlo anch’io. Tutti sono in piedi, quindi dovresti alzarti anche tu è il solito sillogismo di mia madre, ignara del fatto che non tutti abbiamo gli stessi ritmi, quindi se ieri sera sono andato a letto alle 2 e oggi non devo lavorare, ho diritto a farmi le mie 7 ore di sonno. E rincara la dose: “Non venirmi a dire che non hai tempo per studiare se poi passi la giornata a dormire”; tutto questo, ripeto, alle 7:45. Soffoco un grugnito nel cuscino, conto fino a venti e mi alzo, il mantra è sempre “fatti scivolare le cose addosso”. Mi metto a studiare e mia madre mi viene a chiedere se non rimpiango di aver cambiato facoltà, dato che con medicina avrei avuto un lavoro sicuro. Sto zitto, ma vorrei dirle che oggi nessun lavoro è sicuro, che ho amici laureati in giurisprudenza ed economia che non trovano un lavoro, che le facoltà sono superaffollate e c’è troppa competizione per troppi pochi posti di lavoro. Non voglio lasciare che i commenti acidi e fuori luogo di mia madre mi rovinino queste giornate, sono qui per stare con la mia famiglia e vorrei un rapporto il più possibile sereno e collaborativo. E’ in quel momento che penso che dovrei scrivere un articolo che parta dalla mia esperienza personale ed arrivi a un discorso generale. Non attacco i boomer, penso che siano arrivati ad un’età in cui davanti a loro vedono stabilità, una famiglia, una casa, una pensione. Hanno i loro schemi mentali, giudicano in base alla loro esperienza, spesso non hanno interesse riguardo ciò che sta oltre il loro orticello. Noi generazioni X, millennial e Z abbiamo davanti tutta la vita, un futuro incerto, una famiglia incerta, i fantasmi della crisi e della disoccupazione, un pianeta che si sta esaurendo. Quindi mamma, papà, scusatemi se stamattina non mi sono alzato alle 6:30 per fare il mio dovere di studente, se non sono già laureato e non ho ancora un lavoro. Scusatemi se a 25 anni non sono ancora sposato e non ho un mutuo per la casa, ma le cose per noi sono cambiate, quindi se pensate che ai vostri tempi si stava meglio non so cosa dirvi perché ancora i viaggi nel tempo non li hanno inventati. E allora invece di giudicare e criticare quello che non ci riguarda, impariamo tutti ad ascoltarci e a comunicare i nostri bisogni, a essere più uniti per avvicinare questo gap generazionale, in fondo è anche questo lo spirito del Natale.

Ok boomer?

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