III. Pagina bianca

Come promesso, volevo continuare qui il discorso sul periodo buio che ho passato cinque anni fa, o più che un periodo l’ho vissuta come una fase che è diventata parte di me e della mia storia. Non è stata chiusa a chiave nessuna porta, non sono stati tagliati i ponti col passato, è come un demone dormiente che ho calmato, addomesticato e con cui ho imparato a convivere, ma non ho la certezza che alcuni episodi o alcune crisi non si ripeteranno mai più. Ho curato le ferite superficiali, le ho disinfettate e col tempo si sono formate le cicatrici, ma so che il male che le ha generate non è stato estinto, vive quieto sottopelle aspettando un mio momento di debolezza.

Qui trovate il link all’articolo precedente:


Scrivere queste righe per me è un po’ doloroso, ma anche catartico perché raccogliere i pensieri, distenderli, metterli in riga sul foglio e pubblicarli online mi aiuta ad affrontarli facendo chiarezza e guardandoli da una prospettiva diversa e superiore. Tuttavia, questo post non vuole essere un lamento patetico o un grido di autocommiserazione, ma uno zoom riflessivo e intimistico su quello che è successo.

Come vi dicevo, avevo perso la bussola. Frequentavo una facoltà che non faceva per me, non mi sentivo motivato a continuare ma allo stesso tempo mi mancava il coraggio per uscirne fuori. Ho passato così mesi e anni intrappolato in una morsa che mi sono costruito io stesso evitando di agire e mentendo a chiunque su quello che stavo passando. Dicevo che andava tutto bene, che era una strada impegnativa ma che mi piaceva e tutti credevano in me. Nel frattempo ho cominciato ad evitare i compagni di corso che più o meno sapevano (o si erano resi conto) che fossi arenato in un limbo, ma io piuttosto che affrontarli, spiegare loro la mia situazione e farmi aiutare, mi sono chiuso in me stesso e ho trovato sempre scuse per non uscire.

Avevo inoltre pochi legami affettivi, qualche incontro con ragazzi conosciuti in chat che mi hanno fatto stare meglio quell’oretta o due in cui il mio corpo si sentiva desiderato e ricaricato e l’orgasmo faceva il suo lavoro rilasciando le endorfine. Poi ricadevo nella mia spirale di solitudine e preoccupazioni, condita con insicurezze varie, un’accettazione della mia sessualità vacillante e una buona dose di ipocondria.

E per l’appunto ho contratto un’infezione, niente di che, un piccolo disturbo che ho risolto con qualche giorno di antibiotico, ma che ho ricevuto come castigo dall’alto per il mio comportamento. Mi sono sentito imprudente, malato, sbagliato. Me ne sono reso conto in una sera fredda, era tardi, la città stava andando a dormire ed ero solo in casa. Il vaso aveva appena traboccato, e io sono andato in frantumi: ho preso il giubbotto e la musica e sono uscito di casa a cercare una risposta, o forse anche solo un po’ di ossigeno. Ho camminato sulle strade buie, ogni tanto si proiettava la mia ombra illuminata dai fari delle macchine che mi superavano e io piangevo, mentre ascoltavo questa canzone:

Quanto avrei voluto un pulsante per tornare indietro e riparare i miei errori, volevo non essere andato a letto con quel ragazzo, non aver scelto questa facoltà, volevo tornare a casa, abbracciare i miei genitori e dire loro che forse non andava proprio tutto bene, volevo riprendere in mano le redini della mia vita. Ma in quel momento non potevo, dovevo sistemare ogni cosa, prenderla singolarmente come un piccolo problema e non lasciare che questa montagna di preoccupazioni sommate tra loro mi buttasse giù.

Quella notte sono andato dalla guardia medica e poi in pronto soccorso, da solo, senza dire niente a nessuno per la vergogna. Visite, prescrizioni, antibiotici, test di controllo, per le due settimane successive non ho pensato ad altro fino a che la storia non era finita. Come potete immaginare l’esperienza mi ha lasciato una sensazione di impurità addosso che mi ha spinto a non cercare più rapporti o ad essere comunque super iper mega diffidente della salute degli altri perché non volevo mettere la mia a repentaglio di nuovo.

“I’m gonna break the cycle
I’m gonna shake up the sytem
I’m gonna destroy my ego
I’m gonna close my body now.
(…) For every sin, I’ll have to pay
(…) I’m gonna suspend my senses
I’m gonna delay my pleasure
I’m gonna close my body now.”

Madonna

Dovevo poi risolvere tutto il testo, a partire dal rapporto coi miei genitori che erano inconsapevoli di questa crisi che mi faceva crollare ad ogni ostacolo, mi faceva vivere (o meglio sopravvivere) le giornate come se fossero tutte uguali, come se non ci fosse distinzione tra giorno e notte, tra giorno feriale e weekend, non avevo voglia di mangiare, di dormire o di vedere altre persone. Mi rinchiudevo (letteralmente), sprecavo la mia vita, piangevo e mi lamentavo di come non fosse come quella degli altri. I miei compagni di corso passavano gli esami, erano appassionati di quello che studiavano, avevano una vita sociale, molti erano fidanzati, li vedevo felici, mentre io non riuscivo nemmeno in una di queste cose.

Mi sono fatto coraggio e ho scritto un’e-mail a mia madre in cui ho vomitato tutto il mio stress, il mio malessere, le mie insicurezze sul futuro, i miei problemi con l’università, con gli amici che non avevo, con l’accettazione di me stesso, con la mia quotidianità. Le ho detto che vedevo tutto nero, che avevo passato un periodo di autolesionismo e volevo farla finita, perché pensavo (egoisticamente e stupidamente) che non sarebbe dispiaciuto alle persone che mi conoscevano. Quello che contava era il mio dolore e ormai non aveva più senso continuare a soffrire.

Mia madre mi è stata vicina, mi ha risposto prima per iscritto, con discrezione, poi quando me la sono sentita ci siamo parlati. Ho iniziato a frequentare una psicologa e uno psichiatra che mi ha prescritto degli antidepressivi. Non direi che ho sconfitto questa malattia, perché di malattia a tutti gli effetti si tratta, ma piuttosto che l’ho neutralizzata. Parlarne a cuore aperto per me è stato vitale, ho imparato ad adottare dei meccanismi per evitare che si ripresenti, ma me la porterò sempre dietro, forse per una predisposizione alla nascita, forse qualche fattore che ha influenzato la mia crescita, forse per indole caratteriale.

Non so quale sia la causa, quello che conta è averla riconosciuta e chiamata per nome. Quando gli anni sono passati e le cose piano piano si sono sistemate ho avuto modo di conoscere altre persone e altre realtà, più o meno simili alla mia, alcuni casi più gravi, altri meno, ma comunque altre persone che secondo me avrebbero avuto bisogno di una mano. Ho riconosciuto i sintomi vivendoci assieme; persone che mentono a se stesse, che vivono passivamente la vita, che fuggono dai problemi, che non si circondano di persone positive, che non si fanno aiutare, che annegano crisi e traumi nelle dipendenze, che non trovano la forza di dare una scossa alla propria vita, persone che a volte non provano amore per se stesse.

A qualcuno ho proposto di parlarne, se non con me, con una persona fidata, di cercare un aiuto professionale, ma non tutti reagiscono positivamente a questo consiglio. La salute mentale è un aspetto spesso sottovalutato e il lavoro di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti spesso stigmatizzato e giudicato con ignoranza. Pensiamo sempre di non averne bisogno, che i problemi siano altri, che stiamo bene così come stiamo. Ma è davvero così?

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